giovedì 3 marzo 2011

Il transfert come motore della cura


LA VERITA’ MENZOGNERA DELL’AMORE
Stefano Avedano

La parola, introducendo la dimensione del soggetto, introduce alla mancanza, a partire dalla quale si può formulare una domanda. Se non mancassimo in nulla, se fossimo un tutto completo in se stesso, non ci sarebbe motivo di chiedere qualcosa all’altro, di entrare in relazione con l’altro. Perché si possa instaurare una relazione occorre che ci sia una domanda da parte del soggetto.

Ciò è evidente nell’innamoramento, in cui c’è una sopravvalutazione dell’altro, un’alienazione nell’altro; crediamo che l’amato o l’amata abbia veramente quel qualcosa che ci mancherebbe e che desideriamo con tutto noi stessi. Nell’alienazione dell’amore, ogni soggetto, a suo modo, esiste esclusivamente per l’altro, esiste solo grazie al fatto che l’altro esiste e che lo ama a sua volta. L’oggetto sarà però sempre connotato da una parzialità. Ciò fa riferimento all’esperienza quotidiana: ci troviamo nella posizione di esseri desideranti, magari nell’illusione di sapere cos’è che veramente desideriamo, per accorgerci, quando raggiungiamo l’oggetto tanto agognato, che il nostro desiderio si è già spostato altrove. Il desiderio umano si configura come desiderio di altro, vale a dire che nessun oggetto della realtà potrà colmarlo appieno.
L’analista, nella sua ignoranza, sa qualcosa di ciò, avendone fatto esperienza nell’analisi personale.

Egli non potrà porsi come oggetto di pieno soddisfacimento per il paziente, non potrà rispondere alla domanda di cura del paziente fornendo oggetti. Il sintomo soggettivo che può spingere verso una domanda d’analisi, sarà trattato da un amore chiamato da Sigmund Freud transfert, che per essere tale si fonda anch’esso su di una mancanza.

Nel transfert l’analista, avendo consumato nella propria analisi le risposte prêt-à-porter, potrà rinunciare a rispondere alla domanda d’amore del paziente, sostenendo tale domanda, perché è solo grazie al rinnovarsi di una domanda che è possibile evitare la rottura di una relazione. Rispondere alla domanda d’amore significherebbe porre l’altro in posizione di oggetto, ricadendo nella psicopatologia della vita amorosa. L’io già dà una sua interpretazione al desiderio dell’altro, non riesce a sostenere – al di là del tempo dell’innamoramento – la mancanza dell’amore se non in una forma sintomatica che lo fa soffrire, e che colloca l’altro in posizione di oggetto. Ogni domanda quindi che l’amata o l’amato rivolgerà al soggetto, domanda di qualsiasi tipo, egli vi risponderà sulla scia di una sua interpretazione. Rispondere dunque alla domanda d’amore dell’altro implica necessariamente rispondervi a partire da quella che è la propria interpretazione, che fa dell’altro l’oggetto della propria fantasia.
Non si tratta per l’analista di rinunciare alle risorse del soggetto che incontra nella cura, verso le quali ha grande stima e interesse, ma di rinunciare a credere di essere proprio quell’oggetto che mancherebbe al paziente per ritrovare un soddisfacimento totale mitico, rischiando di schiacciare la cura sull’esercizio di un potere sul paziente; producendo la rottura, più o meno procrastinata, della relazione terapeutica.

Spesso ascoltiamo soggetti che raccontano la rottura di una relazione sentimentale o d’amicizia sul punto in cui tale esercizio di potere si svela. Per esempio: “tu mi vuoi costringere a fare ciò che non voglio”, “mi sono sempre lasciata trattare come una merda, e adesso non ce la faccio più”, “non sopporto più che tu mi dica sempre cosa devo o non devo fare”, “non mi permetti di costruirmi una mia indipendenza”, “devo sempre essere io a riparare i tuoi guai”. Ciascuno potrebbe dire la sua frase particolare.
L’analisi può accompagnare e consentire al paziente di dire la verità singolare sull’amore, cioè quali sono le condizioni inconsce attraverso cui si dà per lui o per lei la relazione, permettendogli di separarsi da ciò che della relazione produce sofferenza. Il soggetto può progressivamente sgretolare le identificazioni che lo fanno stare male, e localizzare, circoscrivere in modo sempre più preciso la causa di una sofferenza immersa in una storia, in una rete complessa di legami affettivi che lo hanno segnato attraverso le parole che gli sono state rivolte.
Il rigore scientifico e intellettuale di Freud paga il caro prezzo di dover sfrondare, ritagliare tutte quelle sfaccettature dell’amore che ne darebbero unicamente un’immagine idealizzata. La psicoanalisi, così come accoglie ogni soggetto uno per uno, può accogliere anche quegli elementi insopportabili che provocano dispiacere. Il rigore psicoanalitico ha prodotto e produce oggi una critica sociale. Non si tratta di pregiudizi moralistici che contraddistinguono una determinata epoca storica, bensì la psicoanalisi introduce nel discorso sociale una verità che tocca ciascuno di noi nella sua intimità, una verità che l’essere umano spesso preferisce non sapere. Le persone accettano di credere che la psicoanalisi sia ormai obsoleta, che non produca effetti terapeutici, che sia una pratica elitaria per signore borghesi un po’ isteriche; accettano di credere che la felicità sia lì a portata di mano, esercitando un potere sul sintomo attraverso l’assunzione incondizionata di una pillola o di un consiglio specialistico.
Quale di queste vie d’uscita è la più ingenua?

lunedì 5 aprile 2010


Oggi sempre più, ciò che intendiamo con "essere normale" si gioca sul versante dell'immagine: dalla frenesia all'acquisto dell'oggetto simbolo di stato, agli interventi di chirurgia estetica atti a cancellare la cicatrice primaria che ci rende inimitabili. L'immagine non è però in grado, fatto salvo per un soddisfacimento caduco, di sgretolare progressivamente la malattia del pensiero e del corpo.
Perchè l'adeguamento a ciò che si suppone essere l'immagine dominante avrebbe degli effetti terapeutici? Perchè spendere tante energie e tanto denaro per adeguare il proprio comportamento, il proprio corpo, il proprio pensiero, a ciò che è maggioranza statistica?
La psicoanalisi infatti non ha di mira la "normalizzazione" del soggetto, che equivarrebbe alla sua scomparsa, bensì punta a creare un rapporto normale con il proprio inconscio (che è prima di tutto l'Altro) come luogo depositario di un sapere, di una verità intima che concerne la causa della sofferenza sintomatica dell'uno per uno.

domenica 28 marzo 2010


L'incontro con uno psicologo di formazione psicoanalitica consente l'instaurarsi di un legame privilegiato: uno spazio di parola protetto che ha come protagonista un soggetto che si trova in un momento della sua vita in cui le difficoltà quotidiane si sono condensate in sofferenza.

Tale incontro è differente dalle relazioni d'amicizia, in cui prevalgono i consigli, le buone intenzioni, l'altruismo più o meno disinteressato; diverso ancora dalla relazione con il medico, in cui spesso è il farmaco a farla da padrone.
La funzione dello psicologo non consiste nel fornire al paziente rigide direttive o consigli morali, nè tantomeno porsi come modello da emulare; egli è lì, in presenza, per promuovere una parola soggettiva, manifestazione dell'inconscio, che va a sgretolare progressivamente la componente di sofferenza legata ai sintomi del pensiero e del corpo.